scudo della montanina

mercoledì, novembre 25, 2009
Se non è un allegro colpo di fucile a svegliarti (spostamento di indice referenziale), è certamente Candido Nevischio –gattina bianca e nera- a pensarci, soprattutto quando mi dimentico di metterla fuori per la notte. C’è un bucolino di forma triangolare nell’angolo fra stipite e porta della stanza da letto, buchino prodotto dal passaggio di molte generazioni di topi, attraverso il quale la nostra sveglia felina introduce la zampa come a dire: “Embè? Stiamo ancora dormendo? Sveglia, fannulloni, che è ora di pappa!”. Se avesse dita degne di questo nome le tamburellerebbe impaziente, o le raggrupperebbe a punta in su, come facciamo noi quando educatamente significhiamo: “Ma che c…. fai?”. Nevischio è tetragona a qualsiasi bercio di disapprovazione che provenga dalle nostre coltri: reagisce solo allo spruzzo d’acqua che ogni tanto Marina le proietta sul muso, specie quando l’importuno animale viene fuori dalla finestra a dar seguito alle sue lamentele. Allora per qualche giorno desiste dal miagolare antelucano, e tutto tace nella quiete campagnola.
Adesso poi ci si è messo pure il gallo, che fino a pochi giorni fa era un umile galletto di dubbie origini e poca prestanza, dalla voce roca malamente espressa in rozzi tentativi di chicchiricheggiare. Ma ormai canta che è un piacere, oltre ad inseguire le galline con scopi inconfessabili. Il gallo è una specie di ente inutile, nei moderni pollai. Il motivo è che le uova gallate, cioè fecondate e dunque portatrici di potenziali pulcini, non vengono più covate delle loro madri, che sembrano aver perduto l’istinto a riprodursi. Certo, utilizzando le gallinelle mugellesi o le tacchine –che ancora sanno covare- si potrebbe rigenerare il pollaio in modo autoctono; oppure si potrebbe utilizzare un’incubatrice…. Ma per il momento sembra più economico mettere il gallo in pentola, prima che diventi troppo duro di carne ed esageratamente canterino, e comperare i pulcini di pochi giorni alla bottega. Fra l’altro questo è un gallo per nulla gentiluomo, anzi, non solo mangia per primo (cosa che il bon-ton pollesco vieta in modo assoluto), ma anche spaventa alcune delle galline più vecchie, dalle cui grazie forse non si sente attratto, e le allontana con atteggiamenti aggressivi che io, in quanto supremo supervisore, non posso tollerare. Dunque, come fra gli umani, anche fra i polli vige la grande legge karmica che stabilisce che ciascuno è arbitro del proprio destino
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lunedì, novembre 16, 2009
Oddioddioddioddio. Di palindroma apparenza, ecco il grido di dolore di colui che vien svegliato la mattina di domenica da un bel colpo di fucile sparato nei dintorni. Ebbene, eccoci alle prese con la solita burbanzosa ignoranza che tacitando ogni buonsenso induce il maschio italico ad indossare mimetismi guerrieri ed imbracciare fucili semi automatici onde meglio sterminare gli esseri che hanno la disgrazia di coesistere negli stessi suoi spazi. Eppure, cari signori, c’è un pensiero, una considerazione che non viene mai esplicitata perché troppo scomoda: il concetto di vita, I am sorry, non può esser circoscritto alla sfera umana. Tutte queste storie sull’eticità dei comportamenti, sulla legittimità della ricerca (esiste un “consiglio etico – di cui mi dicono far parte anche un prete- che decide su quali ricerche siano consentite e quali no), sull’opportunità delle pillole ecc., sono e saranno tutte balle finchè non si deciderà di allargare il concetto di Vita a tutti gli esseri. Un equilibrio minimo si raggiunge solo riconoscendo a tutti gli esseri eguali diritti: fino a quel momento, bando alle ipocrisie, il dominio umano è dittatura pura e semplice. E feroce. Ed il perdurare di questo idiotissimo comportamento dittatoriale, violento e sfruttereccio ha generato nelle nostre piccole e striminzite psichi una specie di senso di diritto, una legittimazione all’esser razzisti, una giustificazione alla sopraffazione. Questi piccoli e meschinelli dittarori possono esercitare il proprio “potere” solo in famiglia e nelle aree protette dei loro divertimenti. Non son capaci, né sono interessati ad ingaggiare noiose e faticose lotte per la libertà dello Spirito: perchè provare a portare bellezza nel mondo quando è molto più facile distruggerla?. Non si chiedono quale sia il loro ruolo di esseri umani. Non li sfiora la problematica che sembra sorgere dal fatto di possedere risorse interne quasi infinite, che vengono usate per evitare ogni sfida ed ogni cambiamento. Se ne fregano di allargare il concetto di democrazia a tutti gli esseri, perché dovrebbero rinunciare a troppe e troppo comode sinecure, non ultima la responsabilità delle uccisioni per divertimento.  Tanto, siam soci del circolo della caccia, no?
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sabato, novembre 14, 2009
In pizzo all’olivo, poggiato sull’ultima foglia dell’ultimo ramo: così osserva il mondo il prode raccoglitore dal piede prensile e dalle dita rapaci. Proprio così, la raccolta delle olive è in corso. Le piante di Europa –il campo che nel ’96 dedicammo al nuovo oliveto- stanno cominciando a fruttificare sul serio, qualcuna produce sei o sette chili di olive, qualcuna mezzo chilo. Ma occorre dir brave a tutte, far loro capire che il loro operato è molto apprezzato, e soprattutto non farsi sfuggire nessun frutto, nemmeno quelli caduti a terra, dove si spigola a raccattare ogni drupetta dispersa. Capita di esser lassù in cima e di lasciar andare il ramo appena raccolto, solo per accorgerci di un’oliva solitaria che ci è sfuggita, ed ora svetta ben fuori mano: ma come lasciarla andare? Ecco allora che ci si riallunga ed estende, desiderosi d’avere una coda, attenti a non squilibrarsi troppo…
Quando comperai il podere, le terre, olivi compresi, erano abbandonate da una trentina d’anni. Ci misi dieci anni a riportare le piante in condizione di produrre venticinque chili d’olio: il fabbisogno annuale della casa. Poi, nell’’85, venne una terribile gelata che portò il termometro a sedici sotto zero per due o tre notti di seguito. Le parti fuori terra delle piante d’olivo gelarono completamente, e dovetti tagliarle a zero. Sparse com’erano per tutto il podere le lasciai fare per qualche anno, periodo in cui misero fuori decine di nuovi getti che era meglio non toccare onde garantire alle radici foglie sufficienti alla respirazione. Ma il grande incendio dell’88 cancellò ogni speranza di ripresa, e l’oliveto fu dimenticato per qualche tempo. Poi recuperammo una fila di  una decina di piante lavorando come forsennati per tre giorni in quattro persone, a pulire e tagliare rovi, rose canine e pruni selvaggi. A stento si reggevano, i magri e lunghi polloni cresciuti dalle ceppaie antiche. Molti li dovemmo reggere con corde e tutori. Ma alla fine avevamo un bella fila di striminzitissimi olivi, reduci di mille battaglie e pronti a tutto. Poi nel ’95 piantammo trenta nuove piante, Europa per l’appunto, con un gruppo di europei di vari paesi: ed ora si comincia ad intravvedere la conclusione di un secondo cerchio: quando, fra qualche anno, produrremo venticinque chili d’olio per tutto l’anno.
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martedì, novembre 10, 2009
Devo dire che la nuova caldaia a legna è un vero bijoux. Sto ancora imparando le manovre di fine tuning, necessarie ad ottimizzare il consumo di legna: verrebbe da riempire la sua vorace fornace, ma l’acqua  potrebbe diventare troppo calda e toccherebbe riscaldare anche il pollaio. Si tratta di mantenere un fuoco proporzionato ai vani da riscaldare, e questa proporzione dipende da fattori come l’umidità della legna, la temperatura esterna, il numero di stanze…Oggi, siccome a Capodanno arriveranno degli ospiti numerosi e paganti, dovrò installare quattro orologi accanto ai termostati di zona onde calmierare, almeno di notte, l’erogazione calorica.
Mase ed il suo giovane clone Leonardo verranno a tracciare un sentierino nel bosco che mi permetta di raggiungere senza troppe sofferenze alcune querce di discreta stazza che si sono seccate nel corso dell’estate. Succede, nei boschi che non vengono diradati, ed è un ottimo segnale: tempo di intervenire, pulire, esboscare e, durante l’inverno, operare astuti tagli che piano piano trasformino il vecchio ceduo in alto fusto. La differenza è fondamentale, almeno per l’occhio: ma secondo me anche per altri motivi, come ad esempio la copertura fogliare e la riproduzione del bosco stesso. La tecnica del taglio ceduo deriva dal fatto che la quercia (roverella, cerro e company) ha la proprietà di rigenerarsi dalla radice dopo esser stata tagliata. Questa caratteristica –che è particolarmente presente e vigorosa fino a circa trent’anni d’età della pianta- consente di operare tagli ogni quindici, vent’anni (a seconda della venienza del bosco). Quando il bosco è in età si taglia tutto lasciando una madricina, cioè una bella pianta robusta e sana, ogni dieci metri. Le madricine assicurano una parziale copertura fogliare, necessaria ad ombreggiare il suolo d’estate (ci sono microrganismi che non sopportano la luce diretta) ed una protezione del terreno dall’impatto diretto delle piogge, che tendono a scavarsi canali e torrenti non desiderati. Inoltre, le madricine assicurano la riproduzione per seme –la ghianda-, che a sua volta è una funzione essenziale. Si lascia dunque una bella pianta ogni dieci metri e si ha cura di esboscare, cioè di togliere la legna tagliata lunga un metro, il prima possibile: quando si esbosca, infatti, si lanciano i pezzi di legno a centinaia verso la stradina sottostante e spesso bisogna fargli fare più salti. Quest’operazione tende a distruggere le nuove pianticelle che stanno nascendo dalle ceppaie tagliate, e dunque va fatta quando non fa troppi danni. Un bel bosco ceduo può produrre dai cinquecento ai mille quintali di legna per ettaro, ed una caldaia come la nostra, più i vari caminetti e stufe sparse consuma (siamo ancora sub judice) fino a centocinquanta quintali all’anno, tanto per dare una misura sia pure approssimativa. Noi siamo i fortunati possessori di venti ettari di bosco, che poi è uno dei motivi per cui abbiamo installato la caldaia a legna: perciò si tratta solo di portarsela a casa. Uno scherzetto.
L’altro modo di intervenire in un bosco è il cosiddetto avviamento ad alto fusto.  I tagli sono molto ridotti, e di conseguenza anche la quantità di legna che si produce, ma il bosco, sia pure con i suoi tempi piuttosto lunghi (qualche secolo)  pian piano si popola di querce sempre più possenti e maestose, magiche guardiane del territorio. Be’, nell’attesa faremo i magici sentierini.
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sabato, ottobre 31, 2009
Fermo restando che tutto scorre, come diceva Eraclito di Efeso, bisogna pur trovare uno o due punti stabili cui fare riferimento, nel travagliato viaggio della vita. Ma siccome tutto per l’appunto scorre, anche codesti riferimenti non saranno fissi, partecipando anch’essi del generale maelstrom che nutre spiriti e corpi. Cosi’ accade che, per crearci un sia pur illusorio senso di sicurezza, visto che non possiamo fermare l’universo, fermiamo noi stessi. Abbracciamo le nostre abitudini come fossero un’ancora di salvezza, e persino i nostri difetti diventano caratteristiche identificative. In un mondo cangiante, come si fa a definire una personalità? Ma.. .si può tirare avanti senza una identità che ci conforti e rassicuri?  Certamente ricorderete il filosofo Nagasena cui l’imperatore della Cina chiese come lo si doveva chiamare. “Chiamami Nagasena, imperatore, benchè nel mio caso non si possa parlare di identità permanente”.
Ma noialtri che non siamo così evoluti da poterci dimenticare di chi siamo, noi che abbiamo bisogno di assi cartesiani che ci rassicurino sulla congruenza dei nostri pensieri e delle nostre scelte, noi facciamo bene ad avere nome e cognome, targa di macchina e numero di telefono. Noi vogliamo che sia ben definito lo spazio che occupiamo, e che il terreno su cui poggiamo sia ben solido. Così ci circondiamo di un corpo di leggi complesso ed oneroso destinato a descrivere l’appropriatezza e la legittimità di ogni nostro pensiero, desiderio, progetto, azione. Mi pare che il numero e la complessità delle leggi di cui un gruppo umano si dota sia inversamente proporzionale alla sua evoluzione. Immagino che legislatori ed legulei non siano d’accordo, ma il labirinto di norme e regole che dovrebbe armonizzare i flussi dell’energia fra gruppi umani in realtà li frena e li umilia. Spesso li corrompe, perchè quasi tutte le leggi che si producono ignorano, quando non irridono, le grandi leggi naturali: senza il rispetto delle quali sembra davvero che gli umani pensino di essere più importanti di ogni altra cosa. Questo senso di importanza personale in realtà è una specie di contentino autoreferenziale che dovrebbe sostituire la nostra indisponibilità ed incapacità ad evolverci. Siamo pigri e paurosi (oltre che disinformati, manipolati e presi per i fondelli), e l’evoluzione comporta fatica e rischio. Siamo privi di sensibilità per gli altri milioni di esseri, e dunque li abbiamo collocati fra i nostri servi. Abbiamo persino inventato libri “sacri” che istituzionalizzino questa posizione –palesemente violenta ed ingiusta-.. Tutto pur di non confrontarci con la semplice, luminosa realtà dei fatti: nelle infinite braccia della Creazione, siamo tutti eguali. Per questo non ci sarà MAI democrazia finchè nel Consiglio non si sentirà la voce di tutti gli esseri, e non solo quella di chi bercia più forte. Dov’è, oggi, la voce delle piante? Dov’è la voce degli animali? Dove quella dei minerali e delle rocce, quella dell’oceano e dei fiumi e ruscelli? Nessuno speri d’esser trattato con giustizia, se lui per primo non tratta con giustizia il proprio mondo.
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sabato, ottobre 24, 2009
Abbiamo appena inaugurata la nuova caldaia a legna, e già l’amo. Le abbiamo costruito una casetta dove possa sentirsi a suo agio, vicina alla legnaia così che sia comodo nutrirla: da lì partono numerosi tubi di rame che raggiungono, dopo aver attraversato tutta la casa, la lavanderia, che funge anche da sala tecnica e che ospita l’altra caldaia, quella a gas. Ma il gas è costosissimo, è soggetto a mille balzelli e le miscele che lo compongono non vengono mai controllate da alcun incaricato ufficiale, per cui ogni rivenditore può rifilare ai clienti le proprie mescole senza problemi. Di conseguenza la resa del gas varia, le calorie che produce bruciando son ballerine ed uno se ne accorge quando è troppo tardi ed il bombolone è ormai pieno e la fattura pagata. Perciò, visto e considerato che siamo proprietari di venti ettari di bosco, abbiamo deciso di dotarci di questa nuova antica tecnologia, che bruciando la stessa quantità di legna che avremmo comunque consumato con le stufe di casa, riesce ad alimentare tutti i termosifoni ed a creare un teporino diffuso veramente piacevole.
Tuttavia ci sono alcuni aspetti problematici, almeno per il primo inverno: ad esempio, per essere sicuri occorre avere in legnaia circa il doppio della legna che stoccavamo abitualmente: questo perché la nuova caldaia sostituisce quasi del tutto quella a gas, oltre a rendere inutile la vecchia stufa di casa. E poi bisogna avere anche la legna per il camino, che ogni tanto viene acceso per il piacere di godersi il fuocherello. Eccoci dunque a maneggiare un centinaio di quintali di quercia e cerro, caricati nel bosco, tagliati a misura, accatastati con somma cura e pian piano erosi dall’uso quotidiano; ma adesso non dobbiamo più trascinarci la legna su per le scale fino in casa né abbiamo la compagnia della solita montagna di ciocchi ammucchiata vicino alla stufa, fonte di polvere e rifugio di animalini vari. Nell’insieme, un bel passo avanti verso l’autarchia e l’indipendenza, ed un caldino diffuso in casa come mai prima d’ora.
Adesso stiamo imparando ad usarla per bene perché per quanto semplice anche la nuova caldaia ha le proprie particolarità e qualche orologino a display che va regolato, sintonizzato, convinto a funzionare.  Fra qualche giorno costruirò la porta della sua casetta, perché anche lei ha il diritto di starsene al caldo.
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domenica, ottobre 18, 2009

Dopo qualche anno di separazione dovuta ad incomprensioni lavorative le luci della ribalta si sono riaccese sulla splendente, sia pur tozzetta e tracagnotta, figura del grande Mase, l’escavatore umano. E’ probabilmente il più antico albanese clandestino in paese, giunto qui sospinto, come tutti gli emigranti, da povertà e tormento politico ed attratto dalle sirene della televisione e del tipo di vita che induce ad immaginare. Ma le cose essendo nella realtà un po’ diverse.da come son descritte dai palinsesti, ecco un Mase di vent’anni più giovane che cerca lavoro, un lavoro sicuro se possibile (non è possibile), e dunque si adatta a fare ogni cosa, soprattutto il manovale in edilizia e lo zappatore ove richiesto. Non riesce ad imparare bene l’italiano, non si procura un motorino con cui spostarsi, dorme in un sottoscala ospite di una vecchia signora. Mangia pasta e patate, spedisce quasi tutto quello che guadagna alla moglie e figlia a Tirana. Quando ha capito che cosa ci si aspetta da lui, ed in genere si tratta di lavori di bassa manovalanza, vi si avventa con insospettata energia e produce chilometri di canali e scavi vari in tempi brevissimi. Attacca a lavorare alle otto e non si ferma fino alle cinque di sera, senza sosta per il pranzo (che è la funzione più sacra per ogni operaio) perché è ramadan, e di ramadan non si mangia. Ma tutti quelli che come me lo impiegano di tanto in tanto sanno benissimo che non è la religione che gli impedisce di mangiare, ma la voglia di fare quell’ora in più, di acchiappare quegli otto euro sudati. E comunque, quanto dura il ranadan? Non durava un mese? Perché il ramadan di Mase è eterno, una devozione che continua tutto l’anno.
Mase, diciamoci la verità, ha un caratteraccio. Penso che sia un po’ timido, un po’ tonto ed un po’ prepotente: perciò si esprime con un linguaggio estremamente basico e rustico torvamente esternato con grande determinazione. L’effetto è strano ed irritante, ma dopo un po’ ci si abitua. Certo, è comprensibile che nessuno lo assuma in pianta stabile: chi lo vuole sempre attorno uno così?
Questa volta Mase si è portato appresso un amico, albanese pure lui, di vent’anni più giovane (Mase ormai deve avere una cinquantacinquina d’anni) e fatto della stessa pasta d’acciaio. Leonardo. ‘Da Vinci?’ gli dico, così tanto per dire una sciocchezza. ‘No, Di Caprio’, fa lui. Benissimo. Basta che pedali.  I due compagni, uno cupo e corrucciato e l’altro, Leonardo, più contento della vita –sia pure con svariate riserve-, si son zappati tutta la vigna, tutti gli olivi e se non li fermavo si zappavano pure la casa. E la presenza di Di Caprio ha molto eqilibrato la miope irruenza di Mase, che da solo potrebbe  facilmente zappare via una o due piante di vite, cosa già successa, rendendo il lavoro più pulito e preciso. E quando si è trattato di accatastare cinquanta quintali di legna, che sono una bella montagna, Mase andava su e giù con la carretta, e Leonardo faceva le colonnine e sistemava i pezzi al meglio, come faceva con le pietre quand’era muratore. Un buon team, e li farò tornare ancora perché lavorano con entusiasmo e sono felici quando vengono lodati e non si lamentano del tipo di lavoro richiesto. Certo, persone così potrebbero trasformare il loro paese d’origine, se solo li lasciassero fare e fosse loro permesso di applicare la loro buona volontà in casa loro. Certo, poi dovrei zapparmi la vigna da solo. Che sia meglio così?
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venerdì, ottobre 09, 2009
Eccoci dunque al dunque. Il mosto sobbolle ormai da giovedì scorso, nove giorni, e s’avvicina il momento di svinare, torchiare e mettere nella botte. Dai duecento chili di uva che abbiamo raccolto trarremo più o meno centoquaranta litri di vino, un Merlot in purezza. Ne avremmo fatto un po’ di più, diciamo altri trenta litri, se uccelli di dubbia provenienza non avessero approfittato della nostra assenza per banchettare con lauti grappoli. C’era Luigi di guardia, ma sembra che gli uccelli si siano fatti beffe dei nastrini miserrimi da lui appesi ai fili per terrorizzare il nemico. Tornati, abbiamo cosparso la vigna di buste bianche di plastica, di occhioni policromi dipinti (pare che gli uccelli temano gli sguardi corrucciati di questi grandissimi occhi sospesi a mezz’aria) ed abbiamo pure rimesso in attività la coppia di anziani spaventapasseri, ritruccando le loro bocche stinte ed aggiustando i loro cappelli ciancicati. Tutti questi parafernalia sono in effetti riusciti a salvare il raccolto, ed io son pronto per la svinatura. Sarà un vino buonissimo. Salute!
Nel frattempo, tanto per tenervi aggiornati, stiamo installando la nuova caldaia a legna, quella che dovrà occuparsi del riscaldamento generale della casa sollevando la attuale caldaia a gas da buona parte del suo lavoro. Quando la caldaia a legna non produce abbastanza calore, ecco che interviene quella a gas a fornire le ultime calorie necessarie.  Quella della caldaia a legna sembra una scelta intelligente, visto che siamo proprietari di svariati ettari di boschi e che la legna costa molto meno del GPL. Staremo a vedere quest’inverno, vi saprò dire. Certo, fra fuocherello e vinellino si rallegra il contadino.
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venerdì, settembre 25, 2009
Il burqua è una delle vergogne dell’uomo. Ci sono miriadi di burqua, di ogni forma e colore e descrizione, interiori ed esteriori, sintomi di un male profondo ed antico che attanaglia l’umanità dal sorgere del patrilinearismo fino ad oggi e, temo, oltre. Il successo del patrilinearismo ha modellato ogni istituzione ed ogni scelta fondamentale, e fin dove ha potuto ha influenzato anche i comportamenti individuali, gli atteggiamenti, le priorità, il sistema di credenze e dunque il sistema di valori di ogni persona. E dunque, le sue scelte. Ha manipolato il linguaggio ed ha orientato le fedi in direzione opposta al rispetto ed all’amore per la Terra, operando per allontanare dalla coscienza la consapevolezza che noi, alla Terra, dobbiamo tutto. Perchè? Perchè, sapendo questo, cioè che non potremmo esistere senza la Terra, verrebbe naturale sentire della riconoscenza verso colei che ci fornisce l’aria, l’acqua e tutto il resto. La riconoscenza ci indurrebbe a rispettarla, e diventerebbe molto difficile sfruttarla senza pietà, come stiamo facendo. Non voglio entrare adesso nel complicato discorso e nel doloroso elenco degli innumerevoli misfatti e dello spaventoso danno spirituale che l’egemonia maschile, nel suo creare squilibrio, ha determinato, perchè sarebbe inevitabile essere superficiali e poco esaustivi. Ma certamente l’umiliazione e la sottomissione della donna è stato, ed ancora è, uno degli ingredienti fondamentali della supremazia maschile. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere. Quindi, volendo un mondo migliore, è bene cominciare a guardarci i nostri burqua interiori. Solo così possiamo evolverci e solo evolvendoci possiamo migliorare. Tutto ciò, dal punto di vista etico. Resta il fatto che il burqua, dal punto di vista estetico, nel suo fluttuare nella lieve brezza che arriva dal deserto è un indumento elegantissimo.
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mercoledì, settembre 23, 2009
L’Afghanistan è una terra sacra, sacra come ogni altra terra del nostro pianeta. I suoi colori sono l’ocra, il bruno, il denso giallo del deserto pietroso, le sfumature delle piste delle carovane, le ombre delle piccole case di argilla cotta al sole, e qualche poetico azzurro e turchese delle cupole delle moschee che si fonde con il terso cielo infinito. Tutti gli abiti che si vedono passare, tutti i burka indossati dalle donne sono beige, grigi, azzurro polvere, marroni. I cammelli sono color cammello, le città viste da lontano sono perfettamente integrate fra montagne e vallate, stesso colore, stessa densità, stessa sostanza. Se non fosse situato fra Russia, Persia, Pakistan, Himalaya, Cina e chissà cos’altro, nessuno lo prenderebbe in considerazione. Se non fosse il più importante produttore d’oppio del mondo, chi mai se ne ricorderebbe? E’ da tempi immemorabili che l”occidente si avvale delle risorse afghane, specialmente dell’oppio. E’ inutile e stupido tergiversare: senza oppio la nostra civiltà non esisterebbe. Tutte le classi dirigenti, nei secoli e fino ai giorni nostri ed in ogni ambito, hanno trovato conforto nell’oppio e nei suoi derivati. Molto più difficile è stato il cammino delle classi più povere –cui peraltro è stato opportunamente insegnato che “sono nate per soffrire” e che questa “E’ una valle di lacrime”. La valle di lacrime è pertinenza delle classi povere, non certo dei potenti. Muoiono i soldati, non certo i generali. Soccombono i pretini, mai i cardinali. Impazziti per il dolore si spaccheranno la testa contro il muro i contadini ed i servi della gleba, disperati per un insopportabile mal di denti: i vescovi, i conti, i feudatari ammanicati troveranno la pallina d’oppio che farà loro superare il momento, la crisi, la pena. La Via della Seta traversava l’Afghanistan ed era percorsa da carovane i cui carichi erano in parte balle di seta –l’unico tessuto che mantenga una temperatura costante intorno al corpo-, dicono: questo, finchè lo spionaggio industriale dell’epoca non riuscì a trasportare un po’ di bachi in Europa, come accadde con il caolino che consente di trasformare la rozza ceramica in porcellana. Ma la principale esportazione dall’Oriente all”Europa era l’oppio. Non c’è NULLA che l’essere umano non farebbe per evitare il prolungarsi di un dolore insopportabile. Non vi sono norme etiche, morali, comportamentali, ideologiche che abbiano la forza di interporsi fra l’umano ed il suo desiderio di por fine alla sofferenza. Certo, esiste un’area della mente dove il dolore non viene avvertito, e dove può esser sublimato in forma devozional/sacrificante. Esistono in effetti aree della mente dove noi possiamo credere in tutto e nel contrario di tutto. Posso capire che farsi arrostire sulla graticola, per qualche individuo, rappresenti una grande gratificazione. Ma è un suicidio, e dunque rimane un fatto personale. I mezzi che l’individuo trova per esaltarsi e per accettare il dolore conseguente, sono mezzi individuali, non esportabili. Le persone non esaltate cercano di evitare il dolore, e sono disposte a tutto per ottenerne la cessazione. La cessazione, non l’accettazione. La libertà da, non l’adattamento a. Quindi è vano sperare in una soluzione per l’attuale occupazione dell’Afghanistan: possiede l’oppio, possiede gli accessi all’acqua proveniente dal Karakorum, possiede inesplorate vastissime aree minerarie –petrolio, gas, materie prime di ogni tipo. E’ un crocevia di molte culture, visitato e transitato nel corso dei millenni: persino Alessandro Magno vi fu di casa al punto da fondarvi una provincia del suo impero. Stare lì significa presidiare la fonte dell’oppio. Faccio perciò fatica a riconoscere gli intenti umanitari delle intrusioni armate. Prego per il popolo afghano, perchè nessuno riuscirà a domarlo e dominarlo, e questo costerà sangue e lacrime senza fine.
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artista musicista contadino